Massimiliano Perrotta sicilianista modernista
Ilaria Mulè - Mag On (www.pollinonline.com) - 28 giugno 2009
Melanila (melanila.blogspot.com) - 12 giugno 2011 - Col titolo: Massimiliano Perrotta, sicilianista modernista
L’incanto immobile, ipnotico e disperante degli scenari terrosi senz’acqua. La sferza del sole e l’arsura della bocca mitigata dalle bevande agrumate. La complessità raffinata delle trame letterarie. L’attitudine al filosofare capzioso che risolve nell’aforisma un pensiero saturo, spesso cifrato quanto enigmatico. Il pudore del cuore e il lirismo nostalgico dei sentimenti, stipati gelosamente nella segretezza del viso. Lo sdegno per lo Stato assente, la vocazione alle istituzioni delusa dalla coazione alle logiche mafiose, corporative, clientelari. Massimiliano Perrotta riassume nella sua persona i tratti identitari e culturali del nostro Sud, della Sicilia.
Porta la sua firma “Hammamet” (che ha debuttato il 25 novembre 2008 al Teatro Tordinona di Roma), rilettura autocritica (“da sinistra”) degli anni in cui cadde la prima repubblica, centrale la figura di Bettino Craxi. L’autore tenta un giudizio obiettivo dei fatti storici ormai sprovvisti di urgenza e decantati nel tempo trascorso. Propone un esame di coscienza in pubblico. Sottolinea la partecipazione popolare alle inchieste di Mani Pulite: «Era come se la presunzione d’innocenza fosse temporaneamente sospesa, le procure istruivano le indagini, le condanne venivano decretate sui giornali, sugli autobus, nei bar». Mettendo da parte le teorie complottistiche, continua: «La figura su cui principalmente si riversò l’odio collettivo fu quella di Craxi: perché di quella classe politica era il più autorevole rappresentante, perché fu l’unico a contrapporre al nostro furore un tentativo di difesa delle proprie ragioni». Accanito lettore di biografie, affascinato dal carisma del leader milanese di origine siciliana, il giovane regista tenta un giudizio equanime: «Una delle infamie di quegli anni fu trasformare la parola socialista in un insulto».
Sul podio della coscienza Perrotta elegge in un nobile primato la sua gente. Non solo Luigi Pirandello, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Gesualdo Bufalino, Angelo Maria Ripellino, ma
soprattutto i meno noti come Vincenzo Consolo, Stefano D’Arrigo, Sebastiano Addamo, Giuseppe Bonaviri. «C’è Tomasi di Lampedusa e c’è Leonardo Sciascia, c’è il fantastico e c’è il reale…un
bel secolo insomma quello del Novecento siciliano. Un po’ per contatto con la materia, leggendo, un po’ per affinità, mi sono ritrovato dentro questo magma. Non si tratta di una scuola unica, ci
sono diversi filoni, maestri e discepoli».Il distacco antisentimentale connota uno sguardo dalla doppia lente, che permette nella sua produzione artistica sia una visione narrativa ferma,
che fantastica, quasi epica.
«Ho avuto il privilegio di collaborare con Sebastiano Addamo, uno scrittore vicino per certi aspetti a Sciascia. Sono entrambi accomunati dallo stile secco e da un certo pessimismo: più
esistenziale nel primo caso, più storico nel secondo. Sciascia ha vissuto la fine del fascismo e la speranza nella democrazia, che doveva cambiare le condizioni di vita del Mezzogiorno oppresso.
Ma ne fu deluso. È in assoluto uno dei miei modelli per lo sguardo spietato, lucido, analitico, essenziale. Era ossessionato dal rispetto delle regole: lo spirito della costituzione (che
considerava tradita), il processo giusto, il garantismo, le battaglie radicali. La sinistra gli ultimi anni della sua vita l’ha messo un po’ all’angolo per articoli come “I professionisti
dell’antimafia”, in cui faceva un discorso paradossale, ma sensato. Mi affascina però anche il filone visionario, affabulatorio di Bonaviri e D’Arrigo».
Affettivamente legato ai nonni, quando Perrotta considera la sua infanzia e recupera il fanciullino pascoliano, riveste la memoria di emozionalità naïf, patrimonio spirituale che lo conduce a un
tenue petrarchismo romantico.
«Sono nato a Mineo, che è un paesino dell’entroterra miticamente legato al raduno sull’altopiano di Camuti. Immaginiamo una specie di festival di Sanremo dei poeti dialettali, che si
riunivano una volta l’anno attorno a una pietra che pare avesse un potere taumaturgico (secondo la leggenda, se le donne incinte vi si sedevano sopra, sarebbe nato loro un figlio poeta).
Nell’Ottocento il più illustre nativo di Mineo è Luigi Capuana, nel Novecento Giuseppe Bonaviri a cui nel 2007 ho dedicato il documentario “Bonaviri ritratto”».
Nel rischio del campanilismo, seppur estetizzante, proprio non ci casca. Il regista trentenne affonda le radici nel sottosuolo stratificato archeologicamente rilevante della sua isola, un tempo crogiuolo di popoli, babele di idiomi. Ma poi, ramingo nelle pagine di tutta Europa, esule e nomade cerca approdo nel modernismo novecentesco di T. S. Eliot, Ezra Pound, Franz Kafka, James Joyce.
Vive una vita di lavoro e di studio a Roma, con la bussola orientata su Schopenhauer che, lapidario, così si esprimeva: «A parte poche eccezioni, al mondo tutti, uomini e animali, lavorano con tutte le forze, con ogni sforzo, dal mattino alla sera solo per continuare ad esistere: e non vale assolutamente la pena di continuare ad esistere; inoltre dopo un certo tempo tutti finiscono. È un affare che non copre le spese».
Ha recentemente partecipato alla nona edizione di Schegge d’autore, festival di corti teatrali a cura del direttore artistico Renato Giordano e del presidente Franco Portone. Possiamo proprio dire che Massimiliano Perrotta ha trovato il suo brand. Il pensiero speculativo, la marca esistenziale e la vena poetica si combinano con la levità naïf, che pure c’è nella sua produzione, stavolta predominante, fino a invertire di segno ogni possibile rilevanza significante. Nell’intermezzo coreutico (una vera e propria quota rosa questo balletto ideato ed eseguito da Barbara De Blasio) un personaggio piumato, in doppia veste di cameriera e musa, assiste ai soliloqui etilici di pensatori tautologici persi dentro il bicchiere. Il titolo dell’atto breve è appunto “Filosofi da bar”.
Ha diretto spettacoli teatrali (“Parole parole”, “Gli specchi”) e video (“Expo”, “Bonaviri ritratto”, “Mineo”). Ha pubblicato “Cornelia Battistini o del fighettismo” (La Cantinella, 2006) e la versione teatrale del racconto “Fine di una giornata” di Sebastiano Addamo (La Cantinella, 2008).
massimiliano perrotta