"Filosofi da bar". Tracce di autenticità
Irene Fusco - PrismaNews (www.prismanews.net) - 21 giugno 2011
È all’interno della rassegna del Municipio VII di Roma “Il 7 si fa in 4” che abbiamo avuto occasione di assistere alla rappresentazione teatrale “Filosofi da bar” di Massimiliano Perrotta.
Tre personaggi che in un’osteria, davanti a un bicchiere di vino, si interrogano e discutono di crisi economica, procreazione assistita, del mestiere dell’insegnante oggi. Ma senza alcun dialogo: sono monologhi. Nessuno svolgimento. Tutto è immoto. Persone comuni, che parlano in un linguaggio comune, “terra terra”, di questioni importanti e complesse, che quasi sembrano ridimensionarsi, scendere al livello di parole semplici, scontate e magari fuori luogo.
Ognuno parla senza ottenere risposta. Intorno tutto tace: nessuna smentita e nessuna conferma. Silenzio. Eppure si continua a parlare, a chiedere. Ogni personaggio “si accende” nel momento in cui la cameriera giunge al tavolo a portargli il suo bicchiere, per poi rispegnersi e ricadere nel silenzio.
Dopo un delicato stacco di danza della cameriera-ballerina la scena cambia. Stavolta il dialogo c’è e si svolge tra un uomo di scienza che vorrebbe abolire il dolore, trovare “l’immediata consolazione ad ogni male”, liberare l’uomo dalla morte, e l’uomo comune, che rivela una saggezza maggiore, una sapienza “dionisiaca” che lo porta ad affermare l’impossibilità di eliminare il dolore, componente essenziale della vita. E seppur ateo dichiara al suo interlocutore “mi fido più di dio che dei tuoi sogni”.
A chiudere, la semplicità di quello che è il personaggio più vero della storia: l’oste, che ha perso la moglie da poco e che udendo quei discorsi timidamente si avvicina e chiede se potrà un giorno rincontrarla e riabbracciarla. La risposta del dotto è negativa. Ma rimasto solo, a fine serata, di fronte alla foto della sua amata, l’uomo si riappropria del suo diritto a sperare: “Te lo prometto che noi ci rincontreremo e ci terremo la mano per tutta l’eternità”.
Abbiamo avuto il piacere di rivolgere alcune domande al regista, Massimiliano Perrotta.
Guardando lo spettacolo viene un po’ in mente Beckett, con il suo Aspettando Godot. Si pongono domande sul senso della vita, del dolore, della morte e la risposta non arriva. Tuttavia si sta lì, in attesa, e se ne parla. C’è qualcosa di questo autore? “Beh, sicuramente Beckett è un autore che mi piace molto. Forse rispetto a Beckett c’è un pochettino più di ottimismo se vuoi; nel senso che quello di Beckett era forse un orizzonte più nichilista, più disfattista. Alla fine invece io questi personaggi, questi filosofi da bar, li guardo con occhi più di simpatia, quasi come gli ultimi testimoni di una certa umanità, di una certa simpatia umana, che forse chiunque dovrebbe provare a riscoprire”.
Riguardo al titolo, Filosofi da Bar, quanta filosofia si fa in realtà poi nei bar,nei luoghi di incontro, per strada? Ed è anche quella a ben guardare filosofia a pieno titolo, mentre la filosofia la si considera solo racchiusa in quei grandi volumi, ‘strani’ e ‘incomprensibili’… “Forse lo è pure di più; alcune persone in particolare poi hanno una ‘cultura sapienziale’, che magari hanno ereditato, o ce l’hanno e basta. Io ad esempio avevo un mio amico, barbiere, a cui mi sono ispirato, che aveva davvero la capacità di lettura del mondo, di analisi… Con la sua semplicità assolutamente poetica. Ecco quello per me è il modello antropologico da seguire. Mi sembra un modello di vita. Mi piacerebbe che anche la televisione proponesse ogni tanto questi tipi di personaggi, che avrebbero tanto da dire, da raccontare e che magari sono fuori dal giro mediatico, o dai modelli codificati, e che sono le ultime tracce di autenticità che rimangono rispetto a tutto il resto”. Quindi tutti i ‘filosofi da bar’ che ci sono ai semafori, per le strade e nei bar, dovrebbero in un certo senso diventare da esempio e da modello per tutti gli altri.
Qual è l’elemento o il personaggio che le sta più a cuore in questa rappresentazione? “Io sono molto affezionato al personaggio dell’oste, alla sua umanità, e a questa sua domanda e speranza di ritrovare la moglie. Mentre la filosofia di cui dicevamo prima troppo spesso non tiene conto dell’orizzonte umano, delle persone, a cui si rivolge. Invece questo personaggio essendo così semplice, avendo perduto la moglie, ha un bisogno disperato di credere, sperare. Per lui la filosofia in quel momento, il parlare di questi temi, non è un divertimento, una mera speculazione. È un bisogno primario, perché è disperato. Prima ancora di ritrovare la moglie vuole capire dov’è, perché quando perdiamo una persona la prima cosa che ci chiediamo è dove sia ‘finita’. E da lì nasce questo lavoro”.
È un po’ anche un voler rivendicare il diritto a sperare… “Sì, esatto. Una filosofia, un sapere, che non tiene conto della speranza, che fa parte delle persone, di tutti noi, non so se è bella…”.
massimiliano perrotta