SATURA, LA SVOLTA DI EUGENIO MONTALE

 

 

 

 

 

Huffington Post - 6 febbraio 2021

 

Satura, quarta raccolta poetica di Eugenio Montale, fu pubblicata da Mondadori cinquanta anni fa e marcò una svolta nella sua opera. Spiazzando tutti, l’elitario enigmatico poeta di La bufera e altro scendeva dalla cima della montagna, aggiornava lo stile, semplificava il linguaggio e si mescolava al volgo per satireggiare i contemporanei nonché se stesso («Piove / non sulla favola bella / di lontane stagioni, / ma sulla cartella / esattoriale, / piove sugli ossi di seppia / e sulla greppia nazionale»).

L’ironia e l’autoironia sono le armi di salvezza che gli dèi concessero a noi poveri mortali, Montale preferì impiegarle per perdersi definitivamente. Se nelle precedenti raccolte il nichilismo del poeta era contraddetto dalla potenza redentrice del canto, in Satura Montale si mura in una sorta di negatività assoluta, senza vie di scampo, senza anelli che non tengono. Poeta senza più fede nella poesia, Montale non canta più, conversa. Accumula detriti giornalistici, sentenze beffarde, punture di spillo: «Ho contemplato dalla luna, o quasi, / il modesto pianeta che contiene / filosofia, teologia, politica, / pornografia, letteratura, scienze / palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo, / ed io tra questi. E tutto è molto strano».
Abbandonato lo stile frondoso e musicalissimo di La bufera e altro («e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia, / lo scalpicciare del fandango, e sopra / qualche gesto che annaspa…»), la poesia montaliana si palesa franca e bellicosa. Borghese, antifascista, azionista, conservatore, Montale irride le fanfare dello storicismo e di tutti gli “ismi” alla moda: la storia non è maestra di vita, la realtà è un libro illeggibile. Alcuni versi risultano fin troppo trasparenti, preannunciando il Montale minore delle raccolte successive.
Nelle due sezioni intitolate Xenia, il poeta conversa con la moglie morta. Sacerdote dell’aridità, uomo di testa, Montale ci prova in tutti i modi a raffreddare la commozione ma non ci riesce, regalandoci versi scanzonati e strazianti: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino». Al romanticismo minimalista di Xenia diversi poeti devono qualcosa. Anche le satire montaliane hanno lasciato il segno, basti pensare a certi graffianti versi dell’ottimo Valentino Zeichen.
Nato a Genova nel 1896, Eugenio Montale morì a Milano nel 1981. Fu il massimo poeta italiano del suo secolo.

 

 

 

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