M'INNAMORAI DI LUCIO BATTISTI 30 ANNI FA.

QUANTO SUONA CONTEMPORANEA "LA SPOSA OCCIDENTALE"

 

  

 

 

 

Huffington Post - 10 ottobre 2020

 

M’innamorai di Lucio Battisti e di Pasquale Panella trent’anni fa, all’uscita del loro terzo album La sposa occidentale. Quanto risultavano eccentriche quelle canzoni, quanto spaesavano, quanto suonavano contemporanee. Suonano contemporanee ancora oggi. I cinque album bianchi firmati dalla coppia restano i più avanzati della musica leggera italiana.
Nel 1989 la caduta del muro di Berlino sancisce la fine della lotta di classe novecentesca (e del collaterale cantautorato politico), nel 1990 La sposa occidentale battezza una nuova epoca, quella della «lotta dei cuscini senza sonno che spiumano». Forse non casualmente, forse allusivamente il brano d’apertura Tu non ti pungi più pullula di rovine, di bricioline, di regge che vanno giù.
L’album è un «composto di onesta futilità mista a passione»: la passione è quella di Battisti, la programmatica futilità è di marca panelliana. Il paroliere gigioneggia, sbalordisce, sperpera, travolge: con maestria assembla contorte invenzioni e paradossali tautologie, strabilianti visioni e compiaciute sciocchezze.
I non facili versi di Panella vengono semplificati dal canto battistiano: con la sua sillabazione marziale, con la sua interpretazione straniante, Battisti fluidifica il tutto restituendoci otto canzoni sperimentali e al tempo stesso popolari. Le costruzioni musicali sono iterative, ossessive, ipnotiche, miscelano giocosamente ritmiche elettroniche con sprazzi di melodia napoletana.
Panella svolazza dal realismo stralunato («Noiosa come sei / mi sei preziosa / monotona ottimale / mi riposa / la confidenza tua / priva di varietà») al surrealismo romantico («Ti piacciono i dolci / ed io sul tuo terrazzo impianto / un’impastatrice industriale / che mescola e sciorina la crema per le scale»).
Da poeta barocco qual è, Pasquale Panella si condanna a perimetrare canzone per canzone il campo dell’esprimibile, a ridefinire ossessivamente la propria funzione: lui non può dire le cose, fotografa se stesso nell’atto di fotografarle. Le sue parole e le sue immagini volteggiano con una euforia disperata, perché il senso – tenacemente corteggiato – infine gli sfugge di mano, nell’ultima canzone Campati in aria il senso si dissolve con la disinvoltura dei piroscafi che sprofondano in mare.

 

 

 

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